Pillole di conoscenza

Facciamoci i fatti loro
Prof. Roberto Castaldo

Facciamoci i fatti loro

A cura di il 22 Mag 2013 | Nessun commento

Questa pillola è stata presentata in occasione dell’evento Nave della Legalità 2013 e proiettata sulle navi (da Napoli e da Civitavecchia) dirette a Palermo per la commemorazione delle vittime di mafia. Stiamo perdendo l’abitudine di osservare ed ancor più di concentrarci su quanto guardiamo. Tutti noi ci limitiamo a vedere senza guardare, oppure a guardare senza vedere, per niente aiutati dai nuovi media che moltiplicano quantità e frequenza degli stimoli e delle notizie che ci colpiscono. Vedere è l’azione di percepire con gli occhi e di distinguere una cosa rispetto ad un’altra. Guardare invece vuol dire dirigere volutamente lo sguardo per riuscire a vedere qualcosa che ci interessa, e magari iniziare a comprenderla. Ma quante volte vediamo cose o persone, senza riuscire a descriverle con sufficiente precisione perché in realtà non le abbiamo osservate? Abbiamo visto senza guardare. E quante volte invece ci concentriamo fortemente su una cosa o una persona, senza però riuscire a percepirla, distratti da altri stimoli e pensieri che ci affollano la mente? E quante volte ci viene comodo chiudere gli occhi per evitare di vedere e guardare quello che non ci piace? Se non percepiamo e non guardiamo la mafia, stiamo decidendo di chiudere gli occhi di fronte a un’onda mortale che negli ultimi decenni ha cambiato forma e aspetto: il nemico che storicamente inquinava casa nostra e che ha invaso altre nazioni e continenti, è stato affiancato da altri pericolosi nemici provenienti dall’Africa (Nigeria e Maghreb) come dall’Asia (Cina), dall’America Latina (Colombia e Messico) come dall’Europa dell’Est (Albania, URSS, Romania e Bulgaria). Il mafioso di oggi è globalizzato, multietnico e multi specialistico, prima si vestiva da mafioso, oggi si nasconde – in giacca e cravatta – dietro investimenti pubblici ed affari miliardari. La mafia oggi è forse meno visibile, ma tanto radicata e forte da negare il nostro presente ed oscurare il nostro futuro. Ricominciare a vedere e guardare contemporaneamente, come facevamo istintivamente da bambini, forse ci consentirebbe di capire meglio noi stessi e le storture che ci circondano, e di iniziare ad impicciarci dei fatti dei mafiosi. Le mafie cambiano aspetto e si nascondono proprio per appestare le nostre vite senza farsi vedere, ma noi apriamo gli occhi, cerchiamole, vediamole, guardiamole e...

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Untouchable: la formula non si tocca!
Prof. ssa Filomena Velleca

Untouchable: la formula non si tocca!

A cura di il 24 Apr 2013 | Nessun commento

“Nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma” … Ogni trasformazione della materia può essere pensata come un’avventura durante la quale gli atomi delle sostanze di partenza, i reagenti, rompono i legami che li tenevano uniti e ne formano altri con atomi partner diversi. Le sostanze finali o prodotti sono il risultato di tale cambiamento. Molto spesso una reazione qualunque si trova scritta così: aA + bB cC + dD dove A e B maiuscole sono le sostanze reagenti quelle cioè che si trasformeranno in sostanze diverse, dette prodotti e rappresentate nell’equazione dalle lettere C e D maiuscole. I coefficienti a,b,c e d minuscoli indicano quei numeri che si antepongono alle formule, affinché di qualsiasi elemento coinvolto nella trasformazione sia presente lo stesso numero di atomi, sia a destra che a sinistra dell’equazione chimica. Non è pensabile ad esempio, ottenere due molecole di acqua, H2O e quindi 4 idrogeni e 2 ossigeni, partendo da 3 idrogeni ed un solo ossigeno. La reazione bilanciata relativa alla sintesi dell’acqua è infatti: 2H2 + O2 è 2H2O. Sarebbe assurdo scrivere, invece: H4 + O2 è H4O2; infatti le speci H4 e H4O2 non corrispondono alla reale composizione delle molecole di idrogeno e di acqua rispettivamente. Attenzione dunque a quei coefficienti: essi si antepongono alle formule e mai si inseriscono a pedice degli elementi che compaiono nella formula dei composti, siano essi i reagenti, siano essi i prodotti. Le formule durante il bilanciamento non si toccano……………mai! Esse infatti rappresentano sostanze le cui proprietà sono definite proprio dal particolare rapporto di combinazione con cui gli atomi degli elementi, che le formano, possono legarsi (Legge di Proust). Il corretto utilizzo del linguaggio chimico permette di descrivere in maniera precisa e sintetica, mai ambigua, i processi di trasformazione della materia. Tale linguaggio può sembrare talvolta difficile, basta però mettersi d’accordo sul significato dei simboli ed il gioco di traduzione è fatto. Così per rispondere a quesiti come: “Quanto idrogeno e quanto ossigeno ci sono in un bicchiere d’acqua?” o “Quanto sodio c’è in un grammo di sale da cucina?” ma anche “Quanta acqua occorre per “spegnere” un quintale di calce viva?” e infine “Quanto tiosolfato occorre come antidoto contro l’avvelenamento da cianuro?” possiamo...

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Chi sono gli amici dei miei amici?
Prof. Roberto Castaldo

Chi sono gli amici dei miei amici?

A cura di il 24 Apr 2013 | 2 commenti

Sui social network, come nella vita reale, non sempre gli amici dei miei amici sono miei amici. Già il fatto che, per esempio, su Facebook io chiami amici i miei contatti tende ad essere fuorviante, anche perché troppo spesso finiamo col contattare (o farci contattare) da persone che non conosciamo e che non abbiamo mai visto di persona. Di certo non posso considerarli alla stessa stregua dei miei amici “veri”, quelli con cui amo uscire e stare assieme, con i quali parlo guardandoli negli occhi, e dei quali mi fido. Ma proviamo a fare qualche conto: nell’ipotesi (molto riduttiva) che io abbia 100 amici, e che anche ciascuno di essi abbia 100 amici, il mio social network (fermandomi agli amici degli amici) mi permetterebbe di condividere i miei gusti, le mie foto ed i miei video con 10.000 persone, la maggior parte delle quali non conosco e non conoscerò mai! Quanti di voi hanno mai fatto un calcolo del genere? Provate a farlo ora, così da rendervi conto di quante persone stanno adesso guardando o scaricando le vostre foto… tante? Di certo troppe! Come posso fidarmi di persone che non conosco? Posso farlo solo perché sembrano simpatiche o si presentano con delle belle foto? E comunque, una cosa è condividere gusti e scambiarsi opinioni, un’altra è offrire a persone che io non ho mai conosciuto frammenti anche delicati della mia vita, che poi – una volta messi assieme – potrebbero anche finire col nuocermi. Chi di voi sarebbe disposto a raccontare ad una persona appena conosciuta tutti i dettagli della vostra vita e a fargli vedere tutte le foto delle vostre vacanze? Non molti, credo… ed allora perché lo fate ogni giorno su Facebook? Forse perché a casa vostra, dietro al monitor, vi sentite al sicuro? In definitiva, Facebook mi induce a chiamare amici persone che amiche mie non sono, e mi permette di condividere con loro tutto quello che voglio, per questo devo fare attenzione alle persone che aggiungo come “amici”, figuriamoci poi degli amici degli amici… Di certo non potrò mai conoscerli tutti, e di certo farò meglio ad impostare la privacy in maniera da non permettere la piena e incontrollata condivisione dei miei dati personali, o...

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Di chi sono le foto e i video che pubblichi?
Prof. Roberto Castaldo

Di chi sono le foto e i video che pubblichi?

A cura di il 24 Apr 2013 | 2 commenti

La stragrande maggioranza degli utenti di un social network non legge le condizioni d’utilizzo che vengono presentate all’atto della registrazione. Forse neanche tu lo hai fatto, e questo ti impedisce di sapere come verranno utilizzate le informazioni che tu, ogni giorno, fornisci al tuo social network preferito. Nella maggior parte dei casi, quel che pubblichi sui social network, non è più di tua proprietà esclusiva, ma diventa anche proprietà del gestore del social network, che può usare le informazioni, le foto e i video pubblicati per scopi commerciali e pubblicitari. Tu condividi fotografie e video, che non sono più solo tuoi, ma diventano anche di proprietà del gestore del social network. E’ proprio così, ed è tutto scritto – sotto diverse forme e sfumature – nelle condizioni di utilizzo dei social network che tu hai accettato senza leggerle. Sono veri e propri contratti, sicuramente troppo lunghi… per esempio le condizioni d’uso di iTunes sono più lunghe del Macbeth di Shakespeare! EULA – Libro Conteggio parole (versione inglese) Paypal 36.275 Amleto 30.066 iTunes 19.972 Macbeth 18.110 Facebook 11.195 Twitter 4.445 Google 4.099 Ecco alcuni esempi, non esaustivi, tratti dalle licenze d‘uso e dalle normative sulla privacy di Facebook, Twitter e Google Plus: Estratto dal contratto d’uso di Facebook (marzo 2013): garantisci contestualmente a Facebook una licenza mondiale, irrevocabile, perpetua, non esclusiva, trasferibile a terzi, senza possibilita’ di richiedere compensi (compreso il diritto di sub-licenziare a terzi), di: (a) usare, copiare, pubblicare, trasmettere, archiviare, conservare, mostrare o riprodurre pubblicamente, o mostrare, modificare, editare, creare lavori derivati e distribuire attraverso canali multipli ogni contenuto postato dall’Utente .. Estratto dal contratto d’uso di TWITTER (marzo 2013): potremmo condividere o divulgare le tue informazioni con il tuo consenso, per esempio quando accedi al tuo account di Twitter da un client o un’applicazione di terze parti. richiediamo ad alcuni soggetti terzi con i quali abbiamo un rapporto di fiducia di svolgere funzioni e di fornirci servizi. Potremmo condividere le tue informazioni personali con questi soggetti terzi, potremmo condividere o divulgare le tue informazioni non personali o non private, aggregate o meno, quali ad esempio i tuoi tweet pubblici o il numero di utenti che ha cliccato su un particolare link. Estratto dalle norme sulla privacy di...

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E’ solo questione di tempo
Prof. ssa Filomena Velleca

E’ solo questione di tempo

A cura di il 24 Apr 2013 | Nessun commento

Esplosioni ed erosioni sono trasformazioni della materia che hanno bisogno di tempi molto diversi perché i loro effetti siano evidenti. Si tratta di trasformazioni spontanee, aventi velocità estremamente diverse. Una reazione chimica è tanto più veloce quanto più elevata è la concentrazione dei reagenti e quanto più è elevata la temperatura alla quale avviene. La velocità della trasformazione dipende inoltre dalla natura dei reagenti. Se la reazione avviene in fase eterogenea, ad esempio tra un reagente solido ed uno liquido o gassoso, diventa molto importante la superficie di contatto tra i reagenti stessi. Immaginiamo di trattare con dell’acido cloridrico un pezzetto di marmo: si formeranno delle bollicine di gas e la scaglietta di marmo inizierà a ridursi di volume. Se usassimo la stessa quantità di acido ed un’uguale massa di marmo, ma ridotta quasi in polvere, osserveremmo ancora le bollicine di gas e la scomparsa del marmo ma questa volta in un tempo molto più breve. Per approfondire il discorso, immaginiamo le molecole dei reagenti come dei minuscoli corpi in continuo movimento. Conseguenza inevitabile del loro moto sfrenato è l’urto tra particelle che può talvolta portare alla rottura dei legami chimici (teoria delle collisioni). È proprio grazie a ciò che possono formarsi nuovi legami, che generano i prodotti della reazione. Questo modo di guardare alla reazione ci consente di interpretare le osservazioni fatte prima: se la concentrazione dei reagenti aumenta, c’è da aspettarsi che aumentino anche gli urti tra le molecole. Non tutti gli urti saranno efficaci, cioè in grado di rompere i legami, ma sicuramente aumenterà la probabilità di ottenere i prodotti. Non tutte le molecole, cioè, hanno energia sufficiente per rompere i legami (urto efficace), ma se la probabilità degli urti aumenta, migliora anche la probabilità che si verifichino urti efficaci. Ma cos’è in pratica l’efficacia dell’urto tra molecole? Facciamo un esempio semplice: l’urto frontale tra due auto che sfrecciano a tutta velocità, ha conseguenze ben diverse da quello tra due auto che si strisciano di fianco in un parcheggio… il primo urto è ben più “efficace” del secondo. E aumentando la temperatura dei reagenti, aumenterà l’energia di moto delle particelle. Sarà come trovarsi di fronte un sistema di minuscoli corpi ultra sfrenati, che nello spazio di...

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L’albero della moneta
Prof. ssa Imperatrice Natale

L’albero della moneta

A cura di il 24 Apr 2013 | 3 commenti

La storia della moneta, come mezzo di pagamento e intermediario di scambi, è paragonabile alla struttura di un albero. Radici, tronco, rami e foglie possono cioè rappresentare le diverse forme che la moneta ha assunto, evolvendosi dalla sua nascita ai giorni nostri. Come un grande albero,  la moneta ha radici antichissime, ma la sua linfa è ancora vitale e la sua chioma ha rami e fronde giovani e sempre nuove. L’albero affonda le sue radici nella madre terra. E’ dalla terra e dalla necessità di scambiare i suoi prodotti che è nato tutto. Anticamente infatti, nell’economia agricola, si ricorreva al baratto di prodotti naturali, dato che la moneta ancora non esisteva. I romani usavano il termine pecunia per indicare la moneta, dal latino pecus, cioè gregge. Ben presto ci si accorse che tale sistema di scambio presentava grossi inconvenienti, così furono introdotti i metalli nobili come oro e argento, facilmente trasportabili e apprezzati da tutti. Quando nasce la prima vera moneta? Fu intorno al 600 a.C., presumibilmente a Mileto, che fu coniata la prima moneta dello stato. E la prima moneta cartacea? Nel 1694, in Inghilterra, la Banca Centrale emise la prima banconota. I foglietti di carta che noi tutti usiamo quotidianamente hanno un valore d’uso irrilevante (quanto può costare la carta filigranata?) ma sono accettati da tutti, perché gli organismi monetari degli Stati (o dell’Unione Europea, nel caso dell’euro) gli attribuiscono quel valore. La moneta che circola in un paese si dice a corso legale perché, per legge, deve essere accettata da tutti come mezzo di pagamento. Ha potere liberatorio illimitato, cioè ha la capacità di liberare dai debiti. L’albero della moneta, forte delle sue stagioni trascorse, è vivo e sfida i tempi moderni. Nascono, così, foglie giovani e leggere, che grazie ai “venti” informatici e tecnologici,  consentono praticità e celerità negli scambi: la moneta virtuale. Ne esistono di varie tipologie: moneta di plastica, elettronica nel caso degli acquisti on line, e addirittura invisibile negli sms. Le carte di credito sono tessere di plastica rilasciate da banche o altri enti creditizi che garantiscono il pagamento per conto del titolare; si basano su un soggetto titolare di un conto corrente in banca, sul quale verranno addebitati gli importi, normalmente...

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La salute di uno stato
Prof. ssa Imperatrice Natale

La salute di uno stato

A cura di il 24 Apr 2013 | Nessun commento

Per misurare il benessere e le condizioni di vita di uno Stato, prima di tutto occorre controllare il suo motore: “l’Economia”. Proviamo subito a verificarne il suo livello di crescita. Così come il flusso di sangue pompato dal cuore di un essere umano in una determinata unità di tempo testimonia lo stato di salute, così l’ammontare di tutti i beni e i servizi finali prodotti da uno Stato in un certo periodo di tempo (per esempio l’anno solare), testimonia la sua “forza”. Nel campo economico tutto deve essere tradotto in moneta. Si determina allora il PIL, Prodotto Interno Lordo, come valore monetario di tutti i beni e i servizi finali. Per il calcolo di questo indicatore non si deve tener conto dei beni e i servizi intermedi, utilizzati per la produzione. Cioè non si calcolano i beni usati per produrre altri beni. Un esempio: il prezzo della carta necessaria a realizzare un libro non deve essere calcolato come valore a se stante, poiché verrà inglobato nel prezzo finale del bene ottenuto. Altrimenti avremmo conteggiato due volte gli stessi importi. Errori del genere porterebbero a “sopravvalutare” il PIL. Il PIL può anche essere visto come somma dei valori aggiunti dei soggetti, pubblici e privati, che fanno parte del sistema Stato. Il valore aggiunto è la differenza tra i prodotti e servizi venduti (output) e quelli acquistati (input). La somma dei valori aggiunti ci darà il totale della ricchezza che si è formata nello Stato, ossia il suo PIL. Per calcolare il totale, lo Stato considera tutte le produzioni generate da tutti i soggetti a lui noti, quindi le attività prodotte fuori dalle regole del mercato del lavoro non sono mai calcolate. Si tratta di quelle produzioni sommerse che hanno un valore economico, ma che non sono conosciute e quindi non possono rientrare nel calcolo del PIL. Nello stesso modo, non vengono calcolate alcune attività molto faticose, ma prive di valore economico, come il lavoro domestico fatto dalle mamme o dai papà casalinghi. Non si paga nessun prezzo in danaro per aver la casa pulita! Ed infine sfugge alle indagini anche la produzione del contadino che consuma direttamente i beni coltivati nel proprio orto, il cosiddetto autoconsumo. Anche se ben calcolato,...

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Parole che giocano
Prof. ssa Maria Rosaria Visone

Parole che giocano

A cura di il 24 Apr 2013 | Un commento

Con le parole si può anche giocare, con intento ironico o per puro divertimento intellettuale. Clof, clop, cloch Cloffette, cloppette, clocchette, chchch….. E’ giù, nel cortile, la povera fontana malata!… In questi versi del poeta futurista Aldo Palazzeschi, la fontana difettosa è diventata – attraverso un gioco di parole – una persona malata, e il ritmico cadere delle gocce viene paragonato a un succedersi di lamenti e colpi di tosse. Il poeta ha giocato sulla capacità di alcune parole di “suonare”, cioè di riprodurre suoni di oggetti, animali o fenomeni. Il testo poetico è quello in cui i “giochi di parole e di suoni” sono più frequenti ed evidenti. Questi giochi sono figure retoriche, cioè artifici, o meglio costruzioni che modificano un messaggio tramite un uso insolito di parole, di suoni o dell’ordine dei vocaboli. Esse rimandano alla “retorica”, cioè all’arte della parola che veniva insegnata in Grecia a tutti coloro che dovevano parlare in pubblico. Il poeta è attento a quello che dice, e a come lo dice. Perciò in una poesia egli si concentra anche sulla musica generata dai suoni delle parole, e spesso egli utilizza una figura retorica che si chiama onomatopea. “c’è un breve gre gre di ranelle” (G.Pascoli, La mia sera) “E gracidò nel bosco la cornacchia” (autore, Pioggia): CRA CRA Sono parole che suonano; quando noi le pronunciamo ad alta voce, magari ad occhi chiusi, queste parole magicamente richiamano in noi immagini, azioni, sensazioni, stati d’animo… Anche nei fumetti si incontrano tante onomatopee: to sigh: sospirare; to gulp: borbottare; to boom: rimbombare: sono verbi inglesi, che ci fanno capire il senso delle vignette anche senza conoscerne il significato. Il poeta utilizza spesso i meccanismi tipici dei giochi di parole, ripetendo e combinando parole e suoni per creare effetti singolari, ma anche ricollocano le parole all’interno di un periodo per fargli assumere un significato più ampio. Per Dante la selva è “selvaggia e aspra e forte”, e l’accostamento progressivo dei tre aggettivi corrisponde ad un’altra figura retorica chiamata “climax”. Le figure retoriche di significato permettono anche di alterare e caricare di nuovi valori il senso logico delle parole, grazie ad accostamenti inconsueti tra parole e concetti. Un esempio è l’ossimoro che usa Petrarca quando...

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Devo smettere di usare Facebook?
Prof. Roberto Castaldo

Devo smettere di usare Facebook?

A cura di il 24 Apr 2013 | 2 commenti

No, non devi smettere di usare Facebook, ma devi utilizzarlo, come tutti gli altri social network, in modo intelligente. Facebook ti permette di contattare vecchi amici e persone che non si incontrano da tempo, compagni di scuola o persone lontane, e permette agli altri di farsi un’idea su di te; oggi sono i tuoi amici, domani saranno colleghi, aziende e società di ricerca del personale. Tutto sommato, è una fortuna, grazie alle nuove tecnologie, avere a disposizione questi nuovi strumenti di comunicazione, che tu però devi saper usare con prudenza ed attenzione. Facebook è certamente il social network più usato in tutto il mondo (con oltre un miliardo di utenti attivi al mese), e tu sai bene come possa essere divertente, ma anche totalizzante ed alienante, se non addirittura pericoloso in alcuni casi. Sì, totalizzante ed alienante, perché passare ore ed ore davanti ad un monitor sbirciando i profili di altre persone e chattando fino a notte inoltrata, alla fine non ti procura alcun vantaggio: anzi, ti fa perdere contatto con la vita reale, e ti potrebbe portare a pensare che, grazie a Facebook tu possa avere migliaia di amici, ma nella vita reale, quella vera, ciascuno di noi ha tre, forse quattro amici veri… gli altri sono conoscenti, contatti, con i quali può essere simpatico chattare di tanto in tanto, ma stare assieme ad un amico vero è un’altra cosa, non ha prezzo! Certamente Facebook – come ogni altro social network –  è uno strumento utile, ma non deve diventare indispensabile nella vita di un essere umano, altrimenti c’è qualcosa che sta andando storto, e forse c’è un amico vero che stai rischiando di perdere o di non conoscere! Insomma, a conti fatti i social network hanno aumentato il livello di libertà a nostra disposizione, perché adesso è più facile parlare con altre persone, scambiarsi opinioni, documenti e materiale di qualsiasi genere; allora perché mai dovresti smettere di essere più libero? Devi però allenarti ad usare questa libertà senza farti schiacciare da essa, e senza danneggiare gli altri. Alla fine, la sfida è tutta qui: imparare ad essere tutti più liberi, anche grazie ai social network, senza mai perdere di vista la differenza tra quel che è vero...

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I social network sono pericolosi?
Prof. Roberto Castaldo

I social network sono pericolosi?

A cura di il 24 Apr 2013 | Nessun commento

No, non sono pericolosi, se li conosci e li utilizzi in maniera adeguata. Il problema non è il social network, ma come lo usiamo noi e come lo usano gli altri. Un social network può essere uno strumento di libertà, dove pubblicare ciò che ti piace condividendo video o immagini, e sapere ciò che piace ad altre persone ascoltando ciò che hanno da dire attraverso le cose che condividono. Come dice la regina Raina di Giordania, “noi diventiamo più forti quando ascoltiamo e più intelligenti quando condividiamo”. Ma essere intelligenti vuol dire avere la curiosità di conoscere gli strumenti che usi, e quindi di sapere come potrebbero essere usate – e da chi – le informazioni che condividi, per comprendere fino in fondo cosa far sapere su di te, e cosa evitare di pubblicare; in fondo, ai social network affidi tanti aspetti della tua vita. Non è forse rischioso comunicare a tutti i tuoi amici di Facebook (e probabilmente anche ad altre persone che io non ho mai conosciuto) tutti i tuoi spostamenti, istante per istante? Non è forse rischioso usare sempre Foursquare per far sapere a tutti, senza alcuna distinzione, dove ti trovi e i viaggi che sei in procinto di fare? Ecco perché serve attenzione, per evitare che azioni superficiali possano trasformarsi in rischi e pericoli concreti. Ed ecco perché è indispensabile conoscere e sapere usare bene gli strumenti con cui ti diverti o con cui lavori, altrimenti sarebbe come guidare un’automobile senza saper cambiare una ruota, col rischio che se si buca resti bloccato e devi chiedere aiuto a qualche sconosciuto. Dopo tutto, a chi verrebbe in mente di mettere al bando i telefoni cellulari solo perché alcune persone li utilizzano in maniera scorretta o maliziosa? Sarebbe un po’ come abolire i coltelli con i quali normalmente tagli il pane, visto che con essi potresti anche fare del male a qualcuno, o come far scomparire dalla faccia della terra le siringhe con cui puoi iniettarti delle medicine ma anche sostanze molto pericolose. La risposta? Coltiva e valorizza le tue passioni – anche fuori dal Web – ed utilizza i social network in maniera intelligente, senza esagerazioni e senza cadere nella dipendenza. Download Scheda PDF con codice...

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